L’OPERA, L’AUTORE

E IL CLIMA STORICO-ARTISTICO DEL MOMENTO

Il ciclo pittorico non è firmato. La complessità dell’opera e la diversità delle pennellate fanno

teorizzare la presenza di due o più artisti. Nella cappella potrebbe aver lavorato l’intera famiglia dei

De Magistris compreso il padre Andrea e soprattutto lo Zio Durante Nobili al quale l’opera,

probabilmente, era stata commissionata per essere il più anziano e il più titolato dei pittori caldarolesi,

in quanto il suo stile lottesco era tenuto in grande considerazione.

Il Sabattini, per primo, e Giuseppe Vitalini Sacconi poi, attribuirono l’opera a Simone che ebbe,

come aiuto, il fratello Giovanni Francesco. Anche Pietro Zampetti non ha dubbi ad attribuirla a Simone

e tutta la letteratura locale è pressoché d’accordo nell’attribuzione.

Dal Libro dei Fochi del 1564, esistente nell’archivio storico comunale di Caldarola, apprendiamo

che Simone De Magistris, figliolo di Giovanni Andrea, pittore di 26 anni, nacque nel 1538; la madre,

Jacopa Nobili è sorella di Durante Nobili, aiuto famoso di Lorenzo Lotto che, frequentemente, lo cita

nel suo Libro di spese. Anche le più antiche notizie sul giovane Simone provengono dal libro del Lotto,

che, alla data 10 agosto 1553, così annota:

"Simon fiol de mastro Joan Andrea depintor da Caldarola, posto a star con meco per garzone de

servicji e bisogni miei e perfetione de casa, etiam de l’arte per imparar a bona fede senza altro pato

né obligo fino a che patre venga a parlar con meco et fu per mezo del parente loro a torlo: mastro

Durante pictor da Caldarola" (L. Lotto).

Sappiamo di lui che dipinse ad olio su tavola, su tela, fu affreschista, stuccatore, scultore plastico

e "fornitore di progetti". Lavorò in casa paterna dove operavano pittori provenienti da Roma e formati

nelle più diverse scuole europee di impronta cristiana e ne subì l’influenza. Alcuni critici sostengono

che imiti i maestri veneti nella luce e nei toni del colore.

Simone, partito sull’onda della tradizione rinascimentale, fu ben presto coinvolto dalla crisi dei

valori che originò il Manierismo e dall’ondata di neomisticismo che seguì il Concilio di Trento e la

Controriforma cattolica.

Nel periodo della Riforma fu attivo nella difesa dei principi cattolici come un ubbidiente catechista.

Egli, accettando i dettami tridentini, di volta in volta sottopose all’approvazione di Vescovi e

Cardinali i concetti "dipinti" e la stessa pittura: le "cose dette" e il "modo di dirle".

Le immagini, secondo verità e con pudore, dovevano raccontare la storia della Chiesa come i

Vangeli suggerivano, quindi il modo di dipingere cambiò e le figure voluminose, nude e terrene,

vennero celate, castigate, stravolte.